7 – “E la pulce d’acqua che lo sa l’ombra ti renderà” (79
) – Conclusioni

Posted on Giu 8, 2016 in Il diavolo "custode" | 0 comments

A questo punto, l’ombra dovrebbe essere diventata meno scura… e forse, ne possiamo iniziare ad apprezzare la sua forza che, una volta messa al servizio, riesce a definire meglio il profilo della personalità.
In natura la funzione dell’ombra può essere quella sia di nascondere che di refrigerare. Ed è in questa sottile distinzione che dobbiamo operare affinché avvenga un processo efficace di trasformazione dal mal-essere.
Nel momento in cui riusciamo a facilitare il processo per il raggiungimento della fonte dell’ombra che delimita la profondità dell’essere, mettiamo in condizione la persona di ritrovare il suo ben-essere.
Un ben-essere che non ha più niente a che fare con il disamoramento verso il profondo dell’Io, ma torna ad essere un innamoramento di quello che stiamo vivendo (a meno che, a quel punto, non si scelga volutamente di non seguirlo).

Forse gli “antichi”, avendo una concezione più spirituale (e quindi quantica?) dell’uomo, ne avevano più consapevolezza di quanto ne possiamo avere noi oggi, anche se con questa nuova fisica di frontiera che assomiglia sempre di più ad una fisica di coscienza ci stiamo avvicinando al riuscire a definirla quasi matematicamente.

Gli ultimi esempi di colloqui possono, anche se in modo non statisticamente esaustivo visto il loro numero (su un totale di una ventina di clienti), evidenziare di come un uso “dosato” dell’ombra possa riuscire a velocizzare il processo tra counselor e cliente, e possono rappresentare una traccia di lavoro che nel tempo potrà essere ulteriormente approfondita e verificata.
Ovviamente non sempre è necessario e non sempre è fattibile, ma laddove si presenti tale possibilità, diventerebbe uno spreco il non utilizzarla.
Il concetto di integrazione dell’ombra comporta comunque una intensità di rapporto con il cliente che può essere esplicato solo quando le condizioni a contorno sono quelle giuste.

Essere nel “qui ed ora” non deve essere una scusa per chiudersi a chi abbiamo davanti.
La concentrazione nell’ascolto deve far “passare” che quello che abbiamo davanti è uno specchio in cui il gioco di riflessione continua sino a quando non si ha più niente di nostro ma diventa soltanto uno specchio al servizio.
La disposizione al servizio funziona solo quando non è presente l’Ego e l’Io, ma solo quando il Sé si incontra con gli altri Sé.
Solo in quel momento avviene la magia dell’atto “risolutore” pescato dalla “cassetta di attrezzi” che abbiamo a disposizione.
Solo “spogliandosi” dei “meriti” possiamo accettare, capire e provare a modificare le critiche portate all’Io ed all’Ego.
Stando attenti, tali “critiche” le possiamo vedere ed intervenire affinché il Sé possa veramente agire in tempo reale.

Se non c’è una vera compassione, se non c’è un vero amore per quello che viene fatto (la “carità” iniziale di S. Paolo), se non c’è una disposizione al servizio, se non c’è una profonda conoscenza dei nostri inferi, forse è meglio lasciar perdere… perché potrebbero manifestarsi degli atteggiamenti difficilmente gestibili in un normale setting.

Un ombra repressa, può urlare in modo molto forte quando viene messa allo scoperto. Ed è in quel momento e solo in quel momento che il counselor ha l’opportunità di aiutare il cliente a dargli una dignità che sino a quel momento non gli era stata riconosciuta e che gli può fornire una grande energia in più.

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Note

(79) Angelo Branduardi. Dalla canzone “La Pulce d’acqua” – 1977

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